Le cartoline della Prima Guerra Mondiale

Donatella Massara

Il periodo dal 1914 al 1919 è caratterizzato dall’invio fra i fronti e la gente a casa e nelle retrovie di milioni di cartoline. In Francia con il 95% di alfabetizzati su otto milioni di mobilitati c’è uno scambio di dieci miliardi di missive. In Italia con un tasso di analfabetismo al 40%, dal 30/5/1915 al 31/12/1918 è stato attestato uno scambio di quattro miliardi in missive e cartoline inviate fra i sei milioni di soldati e i conoscenti e i parenti. È la capacità comunicativa del disegno a sfidare ogni ostacolo di comprensione.

Ricreare lo spirito

Nei primi anni di guerra le produzioni di cartoline sono gestite dai privati, la committenza sono i numerosi enti assistenziali che vendono le cartoline di guerra per offrire i guadagni in beneficenza. Dopo Caporetto, nel 1917 sono il Governo e il Comando Supremo a centralizzare la pubblicazione di cartoline organizzandola con appositi uffici. L’intenzione della propaganda è di ricreare lo spirito, rinvigorire lo slancio, ricostruire i motivi patriottici di un esercito che aveva subito una sconfitta talmente pesante da disperdersi senza più comandi.  Assuntosi lo stato il compito della propaganda, con il mezzo delle cartoline in franchigia (quelle che potevano essere spedite senza francobollo), sono chiamati a collaborare i nomi importanti dell’illustrazione italiana da M. Dudovich, fra le firme della prima cartellonistica italiana, a T. Cascella che era al fronte.

Le donne lavorano gli uomini combattono

È quasi sempre la figura femminile, per decisione degli artisti, a farsi portatrice del messaggio. Solo pochi, tuttavia, videro l’aspetto più singolare di cui le donne sono interpreti. Donne di tutte le età sostituiscono nei lavori gli uomini, i soldati che stanno combattendo. Stampate dalla casa Ricordi è la notevolissima serie di cartoline di Umberto Brunelleschi che raffigura la donna spazzino, la donna tranviere, la donna facchino, la donna barbiere, la donna postino, la donna cocchiere, anticipando lo stile dell’Arte Decò. Molto apprezzati anche i disegni di Giovanni Nanni per il Comitato di propaganda della Croce Rossa con le raffigurazioni delle Crocerossine. Ci sono svariate cartoline che descrivono l’assistenza femminile pietosa ma competente. La serie di Tito Corbella è dedicata a Edith Cavell la crocerossina inglese che aveva aiutato i soldati di tutte le fazioni. Per avere favorito la fuga di 200 soldati alleati fu processata e giustiziata nel Belgio sotto occupazione tedesca.

Tristi storie di guerra 

La maggioranza dei disegnatori però si adattò a figure femminili che rievocassero gli affetti, dall’amore materno, all’innamoramento delle fidanzate, dall’attesa delle mogli, alla tenera consapevolezza delle figlie e dei figli. Altri captarono più chiaramente il linguaggio del sesso. Fra queste raffigurazioni non mancano le file di soldati in attesa di avvicinare, ‘ordinatamente’, una prostituita. È proprio il caso di chiamarla così e non prostituta. I soldati sono i clienti dei ‘casini di guerra’, una di quelle tristi esperienze che regalano le guerre quando ancora peggio colpite che dalla violenza sessuale, le donne si trovano a non avere mezzi di sostentamento e sono costrette alla prostituzione. Gli studi storici più recenti hanno individuato l’incremento della prostituzione nelle guerre e nelle nazioni occupate, come il Belgio. Dopo essere stata la terra ‘neutrale’ da cui passarono gli eserciti dell’Impero germanico per invadere la Francia, la nazione belga subì quello che fu chiamato ‘lo stupro del Belgio’ e in senso non solo metaforico ma direttamente rivolto alle donne.

Louis Raemaekers

Non mancano certamente le raffigurazioni della violenza sessuale a opera del barbaro nemico e la propaganda sollecita a combattere per difendere le donne e il focolare domestico. Tuttavia va detto che se la violenza sessuale arrivò, con questa guerra, per la prima volta sul tavolo della pace, nel 1919, nonostante fosse stata nominata una commissione apposita, alla fine delle trattative, da Parigi, non uscì proprio niente. Lo stupro di guerra continuò a restare un atto impunito, definito dall’essere un oltraggio alla morale, quindi alla famiglia e all’uomo che ne era il capo. Le donne, in carne e ossa, rimasero vittime senza risarcimento, senza visibilità. Di questo dolore della popolazione civile, è interprete Louis Raemarkers con i disegni di vedove, madri in lutto, donne e bambine violate che trasmettono un messaggio contro la guerra, invece della glorificazione del conflitto necessaria a garantire la partecipazione popolare.

Corpo delle donne corpo della Nazione

Il tema della violenza del nemico contro la popolazione civile è tutt’altro che assente dalle cartoline, ma disegnato con l’intenzione di inasprire gli schieramenti, mettendo il nemico nella luce più atta a fomentare l’odio. Alle violenze dei tedeschi nel primo anno di guerra, che non mancò di essere raffigurato in cartolina, si aggiunse la voce, falsa, che avessero tagliato le mani dei bambini, come se non fosse bastato lo stupro delle donne, l’assassinio dei civili, la distruzione di Lovanio e l’incendio della Biblioteca dell’Università Cattolica con la sua collezione di manoscritti medievali.

Oggi che la storia delle donne è studiata nelle università insieme agli studi di genere e a un’attenzione di ricerca verso gli aspetti sociali delle guerre, Irene Guerrini e Marco Pluviano hanno chiaro che “L’equazione tra difesa della Patria e difesa dell’onore famigliare, e soprattutto l’accostamento del corpo delle donne al corpo della Nazione si diffuse rapidamente in tutta Europa”  (Cartoline della Grande Guerra: Un’importante fonte storica in “La collezione di cartoline della Grande Guerra nel Museo Francesco Baracca di Lugo” Bononia University Press, 2015).

Allegorie poco innocenti

L’allegoria della terra da conquistare ha il suo ‘altro’ nella donna. Non sappiamo quanto onorata da questa missione a cui è chiamata, la donna simboleggia le terre irredente, le nazioni, i sentimenti patriottici, l’Italia stessa, giovane fanciulla in fiore o severa e matronale figura femminile. Simboleggia anche il desiderio di guerra in veste di ‘donnina allegra’ stuzzicante un panciuto neutralista legato come un salame, per non farsi tentare. Vignette non solo di cattivo gusto.  Tutt’altro che innocenti svelano il lato più oscuro della propaganda, non servono solo a indirizzare fedeltà, amor patrio, entusiasmo e virtù sacrificali, esse descrivono i sentimenti meno nobilitati dall’ideologia. Le donne sono il bersaglio più intimamente connesso con la guerra, la promessa per il riposo del guerriero. L’immagine femminile in questi disegni è il simbolo della terra da difendere e da conquistare, della promessa di pace ma anche del pericolo in cui si trovano le donne minacciate dal nemico e contro il quale bisogna combattere. Subdola è l’identità di donna e terra dove, per esempio, le città di Trento e Trieste o l’Italia sono rappresentate sempre da figure femminili.

L’immaginario di queste immagini tutt’altro che celebrante la forza maschile punta invece sul corpo femminile a partire da un paradosso allegorico, allettante mascheramento e piacevole attrazione, che propaganda una guerra in cui combattere per la difesa di donne e terre ma nello stesso tempo invitando alla violazione di entrambe, non certo alla loro protezione.

Storia delle donne

In realtà le donne svolsero un enorme lavoro nelle retrovie. Gestirono l’assistenza alle vedove, alle famiglie rimaste senza reddito, ospedali, scuole, doposcuola, asili, cucine economiche, aiuti ai soldati da inviare ai fronti e non ultima la propaganda e il supporto relazionale compito questo della Lega Nazionale delle Seminatrici di Coraggio. Le Seminatrici erano incaricate di convincere le contadine, categoria ostile che nella partecipazione dell’Italia alla guerra vedevano solo morte, fatica, ingiustizia e insensatezza.  Le cartoline promosse dalle associazioni femminili esibiscono poche immagini allegoriche con la loro ambigua decifrabilità. Nella serie delle Seminatrici, in quelle disegnate da Luisa Carnevali vediamo i testi, anche se colpisce un’autoraffigurazione idealizzata delle Seminatrici ma nel Gioco dell’oca a due teste creato dal Comitato Patronesse della Assistenza Pubblica Milanese le crocerossine, le madri in lutto e le vedove di guerra, diventano gli unici realistici soggetti femminili.

La pubblicità di chi vuole la guerra

L’enorme numero di missive e cartoline che si scambiavano le popolazioni in guerra erano attentamente lette dalla censura e così la cartolina serviva anche a nascondere sotto i francobolli le frasi pericolose. Ma cosa cancellava la censura? Non è difficile pensare che a essere colpito dalle rimozioni della censura fosse soprattutto il disfattismo, la soglia oltre la quale non bisognava andare per persuadere, convincere, garantire che l’amor di patria che sacrificava la vita di milioni di esseri umani fosse giusto. Ma se pensiamo a quella separazione fra i sessi, così macroscopicamente evidente, potremmo pensare che una delle armi di convincimento più forti avrebbe potuto essere la rappresentazione delle donne sul lavoro con un’immagine che dicesse “vai soldato combatti la tua battaglia che in patria c’è la tua donna che sta lavorando per te, per i tuoi figli e i tuoi genitori”. E invece no. La propaganda che circola per convincere a resistere nella vita di guerra, dentro a quelle orrende trincee, dove uomini giovani e meno giovani passarono anni, sono le donne simboli. Un sottile messaggio passa in realtà dentro a quelle ingenue rappresentazioni di femmine italiche con la corona turrita in testa, avvolte nel tricolore, volti così distanti da quelli delle donne che confezionano pallottole, scaricano balle di grano, operano nelle sale chirurgiche degli ospedali di guerra. Per capire quel messaggio bisogna pensare all’immaginario, riformulato da Cheret, il padre del manifesto moderno, il primo a centrare sulla figura femminile la pubblicità. Perché anche le cartoline della prima guerra mondiale sono state una pubblicità di chi dice: fate la guerra, credeteci, perché questo è il vostro bene, il vostro dovere, il vostro godimento.

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