DA 1 A 11. UNA STORIA DI MAGLIE, CALCIO E GRAFICA.

Mauro Colombo

La nuova stagione del campionato di calcio è ormai alle porte e le squadre stanno presentando le nuove maglie per il campionato 2020 2021. È notizia recente che da quest’anno anche la Serie A introdurrà il font unico per tutti i nomi e i numeri di maglia delle squadre iscritte, non saranno più gli sponsor tecnici, quindi, a disegnare e fornire nomi e numeri di maglia ai club sponsorizzati. Un cambiamento epocale che fa affiorare molti ricordi a un appassionato di grafica e calcio come me. Una storia di numeri che parte dal natale del 1972.

L’incontro fu assolutamente fulminante: 3 is the magic number!

Il Natale del 1972 tra le mie mani c’era finalmente una scatola di cartone verde, la desideratissima “Subbuteo Continental Club Edition”. L’illustrazione del coperchio raffigurava un portiere nell’inconfondibile maglia verde, tipica dei numeri uno inglesi, in uscita plastica davanti a due difensori e a un attaccante, in pose poco atletiche.

Il particolare che mi colpì di quell’immagine fu però il numero 3 del difensore in primo piano (la 3 è la maglia classicamente associata al terzino sinistro, almeno un tempo era così). Lo trovavo un segno grafico bellissimo, così lontano dal mio quotidiano. Per certi versi, “esotico”. Ma che comunque richiamava in me qualche un ricordo indefinibile, avevo già visto da qualche altra parte quel “3”. Si, ma dove?

UNA STORIA DI CALCIO E GRAFICA_subbuteo

Ma certo! Durante la finale della Coppa d’Inghilterra che tele Montecarlo, o forse la tv Svizzera, trasmettevano in bianco e nero in uno dei sabati pomeriggio più attesi dell’anno.

L’estetica di quei numeri, uguali per tutte e due le squadre, le lettere dell’alfabeto a contrassegnare i settori delle tribune così bene in vista, la sobria grafica delle scritte pubblicitarie a bordo campo catturavano la mia attenzione molto più che la partita stessa.

Da quel momento cominciai a fare caso a particolari, piccoli dettagli a cui nessuno dei miei amici era minimamente interessato.

Scoprii che quei numeri erano anche sulle maglie di alcune squadre italiane, come il Parma e il Torino, e che l’azienda che li produceva era inglese: si chiamava Umbro, la contrazione di Humpreys Brothers, e le sue divise erano contraddistinte, sull’etichetta e non ancora sul petto, da un piccolo rombo ricamato.

UNA STORIA DI CALCIO E GRAFICA

Quegli erano gli anni della maglie in lanetta, che poco concedevano a vezzi estetici e il team merchandising non esisteva ancora. Ma solo per il fatto che quelle squadre portassero sulle spalle quello stile di numeri me le rendeva simpatiche.

Ho qualche vago ricordo della notte di Italia-Germania 4:3, “el partido del siglo” come recita una placca di ottone all’ingresso del mitico stadio Azteca. Mi ricordo di parenti attorno allo schermo della tv a valvole di mio nonno, di salame e formaggio, nonostante fossimo già nel caldo di giugno, di urla e di canti che mi svegliarono di colpo. La partita era noiosa e mi ero addormentato dopo circa mezz’ora… perdendomi tutto quello che sarebbe diventato leggenda. Anni dopo, in una replica della partita che la Rai trasmetteva in concomitanza

con un nuovo mondiale, mi ero accorto di un dettaglio: Schnellinger, il terzinone del Milan che giocava con la Germania e che segnò il goal del momentaneo 1 a 1 recava sulle spalle il tre… “quel” numero tre, con la parte sopra angolata e la parte sotto rotonda.

Alla sua destra, distante 4 o 5 metri, un altro 3… brutto e sgraziato, proprio sulle spalle di Giacinto Facchetti, giocatore che faceva di classe ed eleganza la sua cifra stilistica.

Font, numeri e maglie di lanetta

La maggioranza dei team italiani tra la fine dei ’60 e i primi ‘70 usava numeri senza personalità: Milan e Inter ricorrevano a delle font molto condensate, che oggi potrebbero ricordare l’Impact.

Molte squadre italiane vestivano tenute Ennerre, con i suoi caratteristici numeri tondeggianti (simili al Comic sans) cuciti sulle maglie, mi sembravano così stravaganti, così poco consoni a quell’ideale di sobria eleganza che io amavo così tanto. E il tre… ma vogliamo parlare del numero 3? Così fine e misurato, quello inglese. Così grossolano e sgraziato quello di questa marca…

In quegli anni giocavo nei pulcini di una squadra dell’oratorio. La nostra maglia era come quella dell’Ajax, in un pesante tessuto doppio di cotone, ma col verde al posto del rosso. Ne andavo orgogliosissimo, nonostante a primavera sembrasse di indossare un piumino, e quando pioveva le maglie si inzuppavano a tal punto da sembrare spugne.

Mi ricordo che a inizio stagione una sarta fu incaricata di cucire i numeri su ogni muta di maglie… ed erano i numeri Ennerre! Fortunatamente io avevo il 6… ma ogni domenica il 3 che vedevo alla mia sinistra mi procurava un certo fastidio.

Negli anni 70 per un appassionato di calcio internazionale era molto difficile godersi delle partite in tv, o anche solo vedere delle fotografie di giocatori di squadre straniere. Per le foto c’era il Guerin Sportivo. Per chi viveva in provincia di Milano, per le partite c’era Sabato Sport, sulla televisione svizzera, con incontri del loro campionato e gli “Highlights” del campionato tedesco e francese. Fu in una di queste serate che vidi le prime maglie Adidas, con le tre strisce che caratterizzano ancora oggi il marchio sulle maniche e, sulle spalle, dei numeri strani, geometrici, che riprendevano il motivo delle tre strisce.

una storia di calcio e grafica adidas.jpg

Scoprii che le maglie di alcune squadre francesi, marcate da un gallo dentro un triangolo (le coq sportif), usavano dei numeri che ricreavano un effetto tridimensionale… gli stessi che avrebbero distinto la nazionale italiana nel vittorioso mondiale in Spagna del 1982 in una delle divise più belle che la “nazionale” abbia mai indossato.

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Un bel salto in avanti rispetto al quel font anonimo degli anni ’70!

keep calm and carry on

Ricercare l’originalità a tutti i costi: le maglie da calcio più brutte di sempre

Dagli anni ‘80/90 e soprattutto dal 2000 in poi, il merchandising diventa un fattore imprescindibile per gli aspetti economici dei club portando i designer delle varie aziende di abbigliamento sportivo a ricercare l’originalità a tutti i costi, con effetti spesso discutibili.

Su molti siti specializzati si possono trovare classifiche delle maglie di calcio più brutte di sempre, qui e qui, ad esempio, e la grande maggioranza delle posizioni sono occupate da divise di quegli anni. Textures psichedeliche, forme geometriche degne di Escher, colori distonici accostati senza nessun gusto…e purtroppo anche i numeri non si distaccarono molto da questa tendenza.

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Il font unico per le maglie da calcio

Nel 1997, la Premier League, il massimo campionato inglese di calcio, ha introdotto il font unico, con uno stile che è diventato già classico seppur sia stato modificato in due diverse occasioni, nel 2007 e nel 2017.

Una decisione legata al desiderio di facilitare la vita ad arbitro e tifosi, bannando i font illeggibili, ma anche al tentativo (sicuramente riuscito) di dar forza e riconoscibilità al brand Premier League, uno dei campionati più seguiti al mondo, non a caso.

Questa scelta è stata poi condivisa anche nella francese Ligue 1, nella Liga portoghese e anche in tutti i campionati minori del Regno unito. Adesso tocca alla serie A.

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Sono passati un po’ di anni da quella scatola di Subbuteo. Quell’attenzione ai numeri di maglia e alla grafica legata allo sport è diventata una professione. Ma se oggi una delle font più usate in Caleidos è il Gotham un motivo ci sarà… Non avete mai fatto caso a come è disegnato il numero 3 di questa font?

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